C’erano una volta una madre e una figlia. Era carnevale e loro volevano fare le frittelle.
“Figlia mia”, disse la madre”, “vedi se mi trovi la padella, perché voglio fare le frittelle. L’ho messa da qualche parte ed è un pezzo che non la vedo più”.
La ragazza guardò di qua e di là, in ogni buco e angolo della casa. Messe sottosopra la casa, ma la padella non saltò fuori.
“Mamma, io non trovo niente. È andata persa o chissà dov’è stata messa”
“Che peccato. Così non posso nemmeno fare le frittelle”
“Sai mamma… si potrebbe domandarla in prestito al Barba Zucon (Zio Zuccone)…”
“Ma sì, hai ragione. Vai, corri, ed io intanto inizio ad impastare.

La ragazza partì. Tagliò lungo una scorciatoia in mezzo al bosco ed arrivò dal Barba Zucon che stava da solo nella sua casetta, era vecchio, strambo e pure mago.
“Ciao Zio”, disse la ragazza. “Dobbiamo fare le frittelle e ci siamo ritrovate senza padella. Ci presti la tua per piacere?”
“Vi presto volentieri la mia padella, ma in cambio voglio un bel po’ di frittelle perché anch’io voglio far festa”.
“Ma certo. Te ne porto una tovaglia piena!”
La ragazza prese la padella e tornò di corsa a casa.

Madre e figlia si misero subito ad impastare. Misero lo strutto nella padella e lo fecero sciogliere sul fuoco, e poi ci misero dentro un bel po’ di cucchiaiate di pasta.
“Senti come friggono, senti che buon profumo”. E a mano a mano che si cucinavano, tiravano fuori delle frittelle buone e calde che appoggiavano nelle terrine.
Quando finirono, la madre disse alla figlia: “Porta indietro la padella al Barba Zucon con delle frittelle avvolte in un tovagliolo”.
La ragazza ascoltò sua madre ed andò.

Ma lungo la strada le venne voglia di assaggiare una frittella.
“Oh, che buona!” E poi un’altra e un’altra… sempre più buone. Mentre camminava, una dopo l’altra, se le pappò tutte quante.
“Oh, povera me. Che cosa ho fatto? Che cosa porto adesso al Barba Zucon?” E fregnava, e sospirava, e si disperava…
Poco distante da lì, trovò un asino, e subito le venne in mente come fargliela in barba allo zio.
Chiamò “Asino, asino, fammi un piacere. Fammi un po’ di cacchette. Io le metto nel tovagliolo che profuma ancora di frittelle, le porto al Barba Zucon e lui di sicuro non si accorgerò di niente”.

L’asino l’accontentò e lei arrivò di corsa davanti alla porta del Barba Zucon gridando “Zio, grazie per la padella. Lascio qui le frittelle, io corro a casa che devo fare i miei mestieri.
Ma non fece ora a scappare, che il Barba Zucon uscì di casa, prese il tovagliolo, annusò un po’, e subito capì l’imbroglio. Allora iniziò ad urlare alla ragazza “Aspettami, brutta canaglia, verrò io a trovarti e ti mangerò in un sol boccone. Altro che le frittelle…”

La ragazza corse tanto da perdere il fiato, e tutta agitata arrivò a casa e chiuse di colpo la porta.
“Mamma, mamma. Sapessi che cos’ho combinato. Lungo la strada, ho mangiato tutte le frittelle del Barba Zucon. Lui si è arrabbiato e vuol venire qui a mangiarmi in un sol boccone!”
La madre, anch’ella tutta agitata, disse alla ragazza “Chiudiamo tutto. Porte e porticine, finestre e finestrine, buchi e buchetti, fessure e fessurette, chiudiamo anche la canna del camino e vedrai che qui dentro non ci viene. E sai anche che cosa facciamo? Prendiamo un cuscino e lo riempiamo di chiodi e chiodini, di aghi e aghetti, lo mettiamo nel letto al tuo posto, e tu vieni nel mio letto vicino ai miei piedi, sotto le coperte senza neanche fiatare, che così, quando arriva, se anche fosse capace di entrare in casa, al posto di mangiare te si metterà in bocca il cuscino, e si pungerò tutta la gola.

Nel frattempo si fece notte, e madre e fglia incominciarono a a sprangare, a legare, a chiudere i lucchetti, a tirare i catenacci, ma si dimenticarono di chiudere il buco da dove facevano uscire la spazzatura.
“Mamma, è arrivato”. Le due donne iniziarono a tremare, ad avare la pelle d’oca sulla testa dalla paura, si fecero il segno della croce e poi la ragazza s’infilò sotto le coperte dalla parte di sua madre.
Nel frattempo il Barba Zucon sbatté per terra e sulle scale il suo bastone.
“Sono al primo scalino”. E pum, con il bastone.
“Cara mamma, buonanotte”.
“Cara figlia, infilati sotto!”
“Sono al secondo scalino”. E pum, con il bastone.
“Sono al terzo scalino”. E così, uno scalino dopo l’altro, il Barba Zucon salì tutte le scale e disse “Sono sulla porta… Sono davanti al tuo letto. E adesso… ahhhm! Ti mangio in un sol boccone, traditrice di una ragazza!” Spalancò la bocca e piantò i denti nel cuscino inghiottendolo.
Ma tutti quegli aculei gli fecero male, il cuscino lo soffocò, e allora urlò così forte che lo udirono dappertutto. Scappò via, lontano lontano, ed ancora adesso è lì che corre, e per raccontare fino a dov’è arrivato non si riuscirebbe a finir la storia! (Fonte: El Cromer; Disegno di Francesco Tonin)

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